Quando è stata l’ultima volta che hai fatto qualcosa per la prima volta?
Comincio da qui, perché spesso viviamo convinti che capire chi siamo sia una questione che riguarda solo il futuro. Pensiamo che la nostra identità sia un traguardo lontano, una specie di risposta chiara che prima o poi arriverà da sola: il giorno in cui finiremo gli studi, troveremo il lavoro giusto, o semplicemente ci sveglieremo sentendoci finalmente all’altezza di tutto, senza più dubbi e paure.
In realtà, ho capito che non funziona quasi mai così. Chi siamo non si decide nei grandi traguardi, ma nelle scelte molto più piccole della vita di tutti i giorni. Prende forma in gesti minuscoli: nel coraggio di non tirare dritto quando vedi una porta socchiusa, nel decidere di fermarti invece di scappare, o nell’avvicinarti a qualcuno che non conosci per fargli una domanda semplice, ma sincera: “Come hai iniziato?”.
È una sensazione che ho provato sulla mia pelle quando mi sono trasferita a Milano per studiare in IULM. Il giorno in cui sono entrata per la prima volta in università, la testa non era piena di esami da preparare o di piani di studio. Sentivo una gratitudine enorme verso la mia famiglia, che mi ha dato la possibilità di fare questa scelta e che non smetterò mai di ringraziare. Ma sotto quella gratitudine c’era anche una paura autentica, una domanda che non riuscivo a zittire: “Chi diventerò?”.
All’inizio pensavo che l’università fosse soprattutto nozioni da imparare e lezioni a cui assistere. Invece ho scoperto che è soprattutto un luogo dove impari a conoscerti e dove puoi trovare persone che condividono le tue stesse insicurezze, i tuoi dubbi e la tua voglia di fare qualcosa di bello.
Milano, in tutto questo, non fa sconti. È una città piena di vita, di stimoli continui, di cose che accadono a ogni ora e di persone che sembrano camminare sempre a passo svelto, come se sapessero esattamente dove andare. Ma sa anche farti sentire incredibilmente solo e disorientato. Ti trasmette quell’ansia continua, la classica FOMO, come se non stessi mai facendo abbastanza, come se tutti intorno a te stessero già correndo verso il loro futuro e tu fossi l’unico rimasto indietro a capire cosa fare. In una situazione del genere è facilissimo bloccarsi e pensare che sia meglio aspettare il momento giusto, aspettare di sentirsi sicuri prima di fare un passo. Però la verità è che molto spesso le occasioni non vengono a cercarti a casa tua: o decidi di restare a guardarle dall’esterno, oppure trovi il coraggio di andartele a costruire.
Con il tempo ho capito che a fare la differenza non è il talento con cui nasci, e non serve fare rumore o fingere di essere chi non sei. La differenza la fa quella che chiamiamo attitudine. Per me non è una parola astratta: è una scelta pratica, quotidiana e spesso parecchio scomoda. È la scelta di non tirarti indietro quando hai paura e di accettare di stare dentro l’incertezza, anche senza avere tutte le risposte e anche quando una voce dentro di te continua a ripeterti che non sei ancora pronto al cento per cento.
È andata esattamente così il primo giorno di università: in mezzo alla confusione della Welcome Week sono andata dritta allo stand di Astra IULM, l'associazione di cui oggi sono vicepresidente. Poi è arrivato il ruolo di rappresentante di facoltà, e lì ho capito davvero cosa significhi esporsi. Non si tratta di vincere discussioni o avere la risposta pronta, ma di prendersi cura delle persone che si fidano di te. E soprattutto di fare i conti con gli errori: quell'esame preparato per settimane che non va come speravi, o organizzare un evento per cui hai perso nottate intere e non vedere l’aula piena come avresti voluto.
In quei momenti impari a fare un passo indietro, mettere da parte l'orgoglio e dire con sincerità: “Non lo so fare, mi dai una mano?”.
L’università ti regala questa possibilità preziosa: ti permette di sbagliare senza pagare un prezzo troppo alto. Puoi alzare la mano anche se non sai bene cosa dire. Però rischia anche di diventare una bolla fin troppo comoda, un posto sicuro in cui ti senti protetto solo perché ne conosci le regole. Ma la vita fuori non aspetta che tu abbia finito gli esami per chiederti chi vuoi essere.
Uscire da quella bolla e conoscere contesti nuovi, fino a scoprire la realtà di Conthackto, mi ha liberata da un grande errore: credere che si cresca da soli. Lì ho trovato persone autentiche, piene di dubbi proprio come me, capaci di farti spazio e dirti: “Costruiamo qualcosa insieme”.
Oggi so che non esiste un giorno esatto in cui all’improvviso "si diventa grandi" o in cui ci si sente finalmente pronti per tutto.
La risposta alla domanda “Chi diventerò?” non la trovi scritta da nessuna parte. Prende forma giorno dopo giorno, davanti a ogni scelta un po' faticosa in cui decidi di non voltarti dall'altra parte.
Ed è esattamente lì, ogni volta che scegli di accettare le tue paure invece di rifugiarti in quello che è comodo, che diventi, un passo alla volta, la persona che sei.
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Lo spazio prima di sentirsi pronti
Cosa succede quando smetti di aspettare il momento perfetto e impari ad abitare l'incertezza


