Tutte le storie

Ho più ricordi che rimpianti

Ho trascorso la vita cercando di fare soltanto ciò che mi piaceva. In gran parte credo di esserci riuscito. Oggi, volgendo lo sguardo al passato, mi accorgo che le cose più importanti che ho imparato sono proprio quelle che non posso insegnare a nessuno.

Quando mi chiedono che cosa abbia fatto nella vita, temo si aspettino l'elenco delle aziende che ho fondato, delle cose che ho costruito o dei risultati che ho ottenuto, ma non credo sia questo ciò che conta. Sono riuscito a invecchiare facendo cose per le quali sarei stato disposto a pagare io, pur di poterle fare; e qualche volta mi hanno persino pagato. Alcune sono andate bene, altre male, come è giusto che sia. Alla fine l'ho sfangata.

Oggi che mi trovo alla fine del sentiero, se mi guardo indietro posso dire di avere più ricordi che rimpianti. Questo per me è già un risultato straordinario, non perché abbia fatto tutto giusto (ho fatto moltissimi errori, alcuni anche piuttosto stupidi) ma ho avuto la fortuna di conoscere la libertà e di poterla vivere, cercando di decidere da solo che cosa fare del mio tempo. Mi è capitato di pensare fuori dagli schemi senza rendermi nemmeno conto che esistessero degli schemi. Ho raccontato una volta la parabola delle arance blu: quelle arance blu le ho cercate davvero, e qualche volta ho avuto anche la fortuna di trovarle, non sempre, naturalmente. Ci sono state cose che non mi hanno soddisfatto e situazioni che avrei voluto fossero diverse. Quasi tutte avevano una caratteristica comune: non dipendevano da me.

I latini dicevano homo homini lupus: l'uomo è un lupo per l'altro uomo. Gli uomini continuano a farsi del male da quando esiste l'umanità, e posso dispiacermene, posso trovarlo insopportabile, ma il mio dispiacere, da solo, non cambia nulla. Su questo mi è stata molto utile la filosofia di Epitteto: ci ricorda che alcune cose sono in nostro potere e altre no. Possiamo preoccuparci delle prime, ma non ha molto senso consumare la nostra esistenza cercando di governare le seconde. Vedo ancora persone che si lamentano perché piove o perché fa troppo caldo. Io ho smesso di farlo. Se piove, mi godo la pioggia. Se c'è il sole, mi godo il sole. Tanto non posso farci niente. Questo non significa essere indifferenti alla vita. Significa forse imparare a distinguere dove possiamo davvero esercitare la nostra libertà.

Non ho capito tutto questo leggendo un manuale su come essere felici, vivendo, sbagliando e, soprattutto, leggendo persone molto più intelligenti di me.
Da giovane ero un discreto giocatore di scacchi. Ogni volta che perdevo una partita, anziché disperarmi, pensavo che quel giorno avevo imparato qualcosa. Se qualcuno mi aveva battuto significava che sapeva qualcosa che io ancora non sapevo. Naturalmente avrei preferito vincere, ma perdere aveva almeno il vantaggio di insegnarmi qualcosa.
Credo che con la vita funzioni più o meno allo stesso modo.

Se potessi tornare indietro non credo che rifarei le cose diversamente. Eviterei forse qualche errore, ma allora mi domando se sarei davvero diventata la stessa persona. In fondo, sono il risultato delle cose che ho indovinato e di quelle che ho sbagliato. Togliere le seconde significherebbe cancellare una parte di ciò che sono.
É possibile trasformare tutto questo in un consiglio? No, io non credo che l'esperienza sia trasmissibile. L'informazione lo è: una fotografia digitale può essere copiata diecimila volte senza perdere nulla. L'esperienza è un'altra cosa, mi piace definirla informazione quantistica, qualcosa che non si può semplicemente clonare e consegnare a un'altra persona.

Provate a spiegare il sapore di una banana a qualcuno che non ne ha mai mangiata una: potete usare tutte le parole che volete, raccontarne la consistenza, la dolcezza, il profumo, ma finché quella persona non ne avrà assaggiata una, non saprà davvero di che cosa state parlando. L'esperienza funziona così.
Posso raccontare a un ragazzo quello che ho imparato in quarant'anni di lavoro, ma non posso dargli quei quarant'anni. Non posso consegnargli le mie sconfitte, le mie paure, le mie cicatrici, e senza quelle molte delle mie parole non avranno lo stesso significato.

Ognuno deve farsi le proprie sconfitte, paure e cicatrici. Questa cosa l'ho vista succedere moltissime volte, anche facendo impresa.
A vent'anni, del resto, ci sentiamo tutti un po' immortali: pensiamo di avere tempo infinito e di poter fare qualsiasi cosa; a trenta, magari, continuiamo a pensarlo; a quaranta comincia a scricchiolare qualche ossicino e ci rendiamo conto che le cose potrebbero essere un po' diverse. Come ho scritto in uno dei miei libri, Elogio del nulla, la morte comincia dalle ginocchia: a un certo punto cominciano a far male le ginocchia. Provate a farlo credere a un ventenne: non ci crederà, non può crederci. Ed è giusto così.

Mi viene per questo da sorridere quando sento parlare continuamente della necessità di trovare un mentore, qualcuno che possa indicarci la strada giusta, insegnarci a non sbagliare, spiegarci come diventare persone di successo. Non che dagli altri non si possa imparare nulla, io stesso ho incontrato persone che mi hanno insegnato moltissimo, qualche volta senza nemmeno rendersene conto. Ricordo per esempio un certo Piero che frequentavo quando ero più giovane. Non aveva nessuna intenzione di insegnarmi qualcosa, eppure lo ha fatto.

I miei grandi maestri sono stati però altri: Epicuro, Seneca, Epitteto, Leopardi, Schopenhauer, Nietzsche. Quando sono nato loro avevano già pensato buona parte delle cose sulle quali io mi sarei interrogato durante la vita. La mia fortuna è stata incontrarli abbastanza presto e continuare a frequentarli. Li frequento ancora oggi. Una volta durante una conferenza all'Università di Pisa un ragazzo mi chiese quale libro avrebbe dovuto leggere per imparare a fare l'imprenditore. Gli consigliai il De rerum natura di Lucrezio. Può un libro scritto più di duemila anni fa insegnare a fare l'imprenditore? Non lo so. So che Lucrezio aveva capito alcune cose fondamentali sulla natura, sugli uomini e sulla vita, e le ha scritte con una chiarezza straordinaria. Forse leggere quelle pagine serve più che cercare l'ennesimo manuale per diventare ricchi.

A proposito di ricchezza, se proprio dovessi individuare un principio che mi ha accompagnato: il denaro deve essere una conseguenza, non una motivazione.
Non ho mai sottovalutato il denaro, so perfettamente quanto sia utile e quante possibilità possa offrire, ma quello è un ottimo servitore e un pessimo padrone. Quando cominciamo a inseguirlo per se stesso, rischiamo di accorgerci tardi che intanto ci ha portato via tutto il resto.

Se riusciamo a fare qualcosa che ci piace, che ci interessa davvero e che magari è utile anche a qualcun altro, e da quella cosa arriva anche un po' di denaro, allora abbiamo trovato un buon modo di spendere il nostro tempo. Io ho avuto la fortuna di poter vivere così, ma non basta affatto volerlo per riuscirci.

Oggi sento parlare moltissimo di merito, come se il risultato della vita dipendesse da quanto siamo bravi, intelligenti o disposti a lavorare. Il merito conta fino a un certo punto. Perché abbia davvero lo stesso valore per tutti bisognerebbe partire dalla stessa linea di partenza, e noi non partiamo affatto tutti dalla stessa linea; se nasci in una famiglia ricca avrai accesso a opportunità, università, strumenti e relazioni che un ragazzo nato in una famiglia povera non avrà: è come in Formula 1, dove qualcuno parte in pole position e qualcun altro dall'ultima fila. Non è impossibile che chi parte ultimo arrivi primo, ma certamente è molto più difficile.
Non possiamo raccontare il successo di una persona senza considerare da dove sia partita, chi abbia incontrato e quali possibilità abbia avuto. Dovremmo ricordarcene soprattutto quando siamo tentati di attribuire tutti i nostri risultati esclusivamente a noi stessi.

Un'altra cosa che mi ha accompagnato nella vita è stata la fiducia: ho sempre avuto una grande fiducia in me stesso, forse qualche volta persino immeritata, ma proprio quella fiducia mi ha permesso di fidarmi degli altri.
Mi sono fidato delle persone fino a prova contraria: qualcuno ha cercato di fregarmi, naturalmente, e in quei casi ho smesso di fidarmi. Perché, come dico sempre, se qualcuno mi frega una volta è colpa sua, ma se mi frega due volte, la seconda è colpa mia. Continuo a pensare che vivere senza fidarsi di nessuno sarebbe una vita terribile. E mi capita di incontrare ragazzi che hanno così poca fiducia in se stessi da fare fatica a concederla anche agli altri.
Non so come si insegni la fiducia. Ma so quanto abbia contato nella mia vita.

C'è poi un'altra questione sulla quale mi interrogate spesso: il rapporto tra la mia generazione e la vostra.
Io ho fatto il Sessantotto, avevo vent'anni in un mondo che voi oggi fate fatica persino a immaginare, un mondo attraversato da rigidità politiche, economiche, religiose e sociali, una pentola a pressione che, a un certo punto, è esplosa. Abbiamo fatto anche molte sciocchezze, alcune delle quali oggi giudico con occhi decisamente diversi. Ma quel movimento ha contribuito a cambiare profondamente la società: negli anni successivi sono arrivati il divorzio, lo Statuto dei lavoratori, la legge sull'aborto. Cambiamenti che hanno trasformato la vita delle persone.
Non tutto è certamente andato bene. Non tutto quello che abbiamo fatto era giusto. Ma il mondo dopo non era più quello di prima.

Quando qualcuno mi chiede che cosa dovrebbero fare oggi i giovani per cambiare le cose io non so rispondere. Non possono rifare il Sessantotto: quello è stato il risultato di condizioni storiche, culturali e sociali precise e che non esistono più.
Anche il mondo in cui vivete è profondamente diverso. A volte mi sembra una società frammentata, continuamente distratta. Ho visto persone preoccuparsi perché qualcuno aveva messo un like a una fotografia, ma non un cuoricino: mi sono chiesto come fosse possibile che quella differenza fosse diventata tanto importante. Poi mi sono reso conto che sono io a non conoscere più così bene il mondo in cui vivete: sono fuori da quasi tutte le piattaforme social. So che se apro LinkedIn vedo solo social media manager e communication manager; prova a trovare un idraulico. Tutti vorrebbero fare gli influencer. Io sono fuori da quasi tutte le piattaforme. Mi avevano iscritto a Instagram, ci sono rimasto tre giorni e poi ho cancellato l'account: è un'attività che agisce sulla dopamina, diventa un bisogno.

Non pretendo di capire fino in fondo la vostra generazione, e ancora meno pretendo che voi capiate la mia. Ma una cosa continuo a domandarmela.
Ci sono ragazzi che non riescono a permettersi una casa, studenti che devono rinunciare a studiare lontano dalla propria città, giovani che partono da condizioni enormemente diverse. Eppure, almeno da quello che riesco a vedere, manca spesso quella spinta collettiva che aveva caratterizzato il periodo in cui ero ragazzo. Non so se sia una colpa. Forse le condizioni non sono ancora quelle che producono un cambiamento. Forse quel cambiamento arriverà in una forma che io non sono più in grado di riconoscere.

Una cosa, però, la so: il mondo cambierà ancora. Per sempre non esiste in natura. A vent'anni anch'io volevo cambiare il mondo. Avevo la sciarpa rossa, partecipavo alle manifestazioni e qualche volta mi sono preso anche delle bastonate dai carabinieri. Poi ho capito che il mondo non sarei riuscito a cambiarlo.

Allora ho deciso di impegnarmi per una cosa diversa: fare in modo che non fosse il mondo a cambiare me. È stato un accontentarsi? Forse sì, ma guardandomi indietro non sono insoddisfatto della persona che sono diventato. Non ho smesso di interessarmi a quello che succede; mi dispiaccio per le guerre, le ingiustizie, per tutte le cose terribili che continuano ad accadere, ma cerco di ricordarmi che non posso controllare tutto e che consumarmi per ciò che non dipende da me non renderà il mondo migliore.

È una forma di libertà che ho impiegato molto tempo a comprendere. E torno sempre lì, ai filosofi. Epicuro diceva che la morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è la morte e quando c'è la morte non ci siamo più noi. È una frase sulla quale continuo a riflettere. Credo che molte delle cose che facciamo, compresa la nostra continua ricerca di distrazione, abbiano a che fare con la difficoltà di accettare che un giorno non esisteremo più.
C'è una battuta dei Simpson che mi fa sempre sorridere: Homer torna a casa e chiede di accendere subito il televisore perché sta cominciando a pensare. Ecco, forse ci distraiamo anche per questo: per non pensare troppo. Ma quando smettiamo di pensare, che cosa resta?

**Se avete sedici, diciotto o vent'anni, probabilmente molte delle cose che ho scritto vi sembreranno lontanissime. Alcune non le capirete e vi sembreranno sbagliate. Va benissimo così. Io stesso, quando avevo la vostra età, ero convinto di sapere molto più di quanto sapessi davvero.

Se proprio insistete perché vi lasci un consiglio, allora uno ve lo do.
Compratevi le Operette morali di Leopardi e leggete il Dialogo della Natura e di un Islandese. Non vi spiegherà come aprire un'azienda, come trovare un lavoro o come avere successo, ma forse vi farà porre qualche domanda che vale la pena continuare a farsi per tutta la vita. Non posso garantirvi che lo capirete adesso. Non posso neppure garantirvi che vi piacerà. D'altra parte, non credo sia questo il compito di chi ha vissuto più a lungo: pretendere che gli altri imparino ciò che ha imparato lui, senza attraversare la strada che lo ha portato fin lì.
Io ho fatto la mia strada. Ho avuto fortuna, ho incontrato persone straordinarie, mi sono fidato di qualcuno che non la meritava, ho sbagliato e ho fatto cose che sembravano impossibili. Soprattutto, ho cercato di fare quello che mi piaceva.

Non so quale sarà la vostra strada. E non credo di essere la persona giusta per indicarvela. Mi dispiace se vi aspettavate i dieci consigli di un imprenditore per avere successo nella vita, non li ho. Posso raccontarvi come ho vissuto io, che cosa ho capito, che cosa ho sbagliato e quali domande continuo a farmi, ma non posso raccontarvi in anticipo la vostra vita.

E soprattutto diffiderei di chi sostiene di poterlo fare.

Scritto da

Gianfausto Ferrari

Gianfausto Ferrari è un imprenditore italiano con oltre quarant'anni di esperienza nella creazione e nello sviluppo di imprese. Fondatore di Onion S.p.A., cofondatore di Talent Garden e Superpartes Innovation Campus, ha dedicato gran parte della sua carriera all'innovazione tecnologica, alla formazione e allo sviluppo dell'imprenditorialità. È stato presidente di Digital Universitas e ha contribuito alla nascita di numerose iniziative imprenditoriali. Oggi continua a dedicarsi alla promozione della creatività, della cultura imprenditoriale e delle opportunità per le nuove generazioni, anche attraverso il Regno di Farneta e la collaborazione con progetti educativi come ElevateGENz di Conthackto.